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Instabilità lombare: un approccio conservativo

 

dott. Luciano Bassani


La diagnosi e il trattamento dell’instabilità lombare riveste un problema clinico di grande rilevanza perché coinvolge un grande numero di malati e di specialisti di estrazione diversa( fisiatri, ortopedici, neurologi, neurochirurghi, terapisti della riabilitazione).
Secondo Panjabi per instabilità si intende la perdita della capacità di realizzare movimenti normali in condizioni fisiologiche senza segni neurologici deficitari, deformazioni maggiori o violento dolore.
Da un punto di vista clinico con il termine di instabilità si intende una situazione di insufficienza tendino-muscolo-disco-legamentosa che comporta un progressivo malfunzionamento articolare responsabile di alterazione della mobilità e di dolore.
Si viene a creare una perdità del controllo automatico attivo rappresentato dai muscoli posturali abbinato ad una perdita del controllo passivo rappresentato dal segmento mobile con il suo apparato disco-legamentoso.
L’instabilità vertebrale radiologica, seppure utile per l’inquadramento del paziente lombalgico, non sempre ha un corrispettivo clinico sovrapponibile, per cui la diagnosi di instabilità non può e non deve essere solo strumentale.

Eziologia e anamnesi


Un’instabilità vertebrale può avere differenti eziologie che vanno dalle più gravi post-traumatiche o conseguenti a gravi deviazioni evolutive( gravi scoliosi, cifosi evolutive, spondilolistesi, emispondilia, instabilità post-operatoria, ipermobilità settoriali sagittali o rotatorie) che necessitano di un approccio chirurgico a forme di squilibrio posturale minori che possono beneficiare di un trattamento conservativo
Il paziente lombalgico su cui fare diagnosi di instabilità presenta spesso in anamnesi una storia clinica patognomonica con talora delle caratteristiche sequenziali e cronologiche peculiari che danno segni di se già verso i 18/20 anni .
In certi casi il soggetto instabile ha una storia clinica tipica con episodi di lombalgia acuta che insorgono inizialmente a seguito di sforzi sia in ambito lavorativo che sportivo.
Si tratta in genere di episodi molto acuti che portano il soggetto ad uno stato di vera impotenza funzionale ma che come sono venuti tendono anche in fretta risolversi.
Il dolore di tipo meccanico, cioè aggravato dal movimento e migliorato dal riposo, presenta spesso una connotazione di dolore durale, aggravato cioè dalla tosse, dallo starnuto, dalla defecazione etc.
Gli episodi di lombalgia acuta tendono spesso ad aumentare di frequenza col passare degli anni venendosi a creare talora delle situazioni di equilibrio così precario che è sufficiente un movimento repentino per far insorgere il dolore acuto.
Spesso la sede della lombalgia tende a cambiare col ripetersi degli episodi acuti ed il dolore inizialmente localizzato in sede lombare centrale tende a lateralizzarsi verso la regione sacro-iliaca per irradiarsi spesso sul gluteo e giù lungo la gamba, caratterizzando una situazione di sofferenza discale dove ad un dolore centrale corrisponde una protrusione centrale mentre la lateralizzazione del dolore caratterizza una migrazione del nucleo polposo postero-esterna con conseguente conflitto radicolare.
Il soggetto che in fase lombalgica lamenta una più o meno grave impotenza funzionale con il trasferirsi del dolore sulla gamba tende man mano a riacquistare una certa libertà di movimento pur lamentando un crescente dolore sulla gamba in sede anteriore, laterale o posteriore a seconda della radice interessata.
La comparsa di segni durali caratterizzati da parestesia, dolore alla tosse, starnuto o alla defecazione associati alla riduzione o scomparsa del relativo riflesso osteotendineo confermano la presenza di una radicolopatia in atto.
In genere queste forme sciatalgiche con un trattamento adeguato tendono a ridursi e il dolore dalla gamba tende a passare nuovamente sul rachide lombosacrale verificandosi cioè una centralizzazione del dolore.
Col passare degli anni , in genere verso i 55-60, gli episodi acuti possono essere meno frequenti mentre si aggrava una condizione di dolore di fondo che può assumere la connotazione di dolore d’anchilosi che si aggrava cioè a riposo e nei primi movimenti e migliora col movimento.
La fase del dolore d’anchilosi può protrarsi per anni assumendo vieppiù un carattere variabile sia meccanico, aggravamento col movimento, che legamentario aggravamento col riposo.
Il dolore d’anchilosi, definito dagli autori anglosassoni” party o theatre syndrome” per la sua caratteristica di dolore che si aggrava o in posizione seduta o rimanendo fermi in stazione eretta, trova nei legamenti le strutture anatomiche maggiormente responsabile della sintomatologia dolorosa sia in sede lombare che irradiata agli arti inferiori.
In particolare il dolore irradiato agli arti inferiori mima, per la sua irradiazione, le radicolopatie senza possedere però le caratteristiche specifiche del dolore radicolare rappresentate dalla componente durale, dall’alterazione della sensibilità sulla relativa regione dermatomerica e dall’ipo o areflessia.
 


TERRITORIO DOLOROSO NELLA SINDROME LEGAMENTARIA LOMBO-SACRO-ILIACA (da Hackett)

Il lombalgico cronico col passare degli anni, specialmente entrando nella sesta decade di vita, può percepire una condizione dolorosa sempre più continua e con intervalli liberi sempre più radi e avverte in certi casi una progressiva riduzione nella propria autonomia di deambulazione.
Il soggetto percepisce un dolore lombare che si irradia alle gambe sotto forma di pesantezza che si manifesta inizialmente dopo aver percorso lunghi tratti di strada per manifestarsi col passare del tempo dopo tragitti sempre più brevi fino a comparire subito dopo i primi passi.
Il lombalgico cronico che si sottopone a visita fisiatrica denuncia dunque un dolore sempre più invalidante perché gli impedisce una normale autonomia di spostamento essendo costretto a fare brevi tragitti e poi fermarsi.
Un caratteristico segno di questa patologia degenerativa è rappresentato dall’assunzione da parte del paziente di posture flesse in avanti che gli permettono di migliorare la propria autonomia.
La fase della stenosi rappresenta un’evoluzione della instabilità vertebrale verso una stabilizzazione disco-articolare; infatti col tempo si attuano a livello del segmento mobile dei fenomeni di rimaneggiamento ossei rappresentati da osteofiti, ipertrofia dei processi articolari, fibrosi dell’apparato legamentario, degenerazione discale con fenomeni protrusivi che vanno letti
come processo adattativo stabilizzante.
La colonna da una fase di instabilità caratterizzata da lombalgie o lombosciatalgie acute tende man mano a deformarsi divenendo sempre più rigida e stabile.

Quattro sono gli stadi che si possono riscontrare nell’instabilità:

   a) Stadio 1
Si manifesta con episodi transitori acuti della durata di pochi giorni e che tendono poi a scomparire senza sequele lasciando il soggetto in una condizione di benessere per periodi prolungati.
Il soggetto nelle fasi acute può assumere posture antalgiche.
 



   b) Stadio 2
Le lombalgie acute divengono sempre più frequenti con il territorio del dolore che può interessare anche le gambe.
Spesso alla fase acuta può seguire una situazione di leggera sofferenza cronica che può perdurare per periodi variabili.
Il soggetto è molto limitato nella sua vita di relazione anche per l’insorgenza di una condizione psicologica di paura nei movimenti che lo porta a delle posture innaturali che comportano un rischio ancora maggiore di ricadute.


 



   c) Stadio 3

Il dolore lombare diviene costante con episodi di dolore repentini, spesso senza causa, localizzati in sede lombare o irradiati sul bacino o sulle gambe.

   d) Stadio 4
Il dolore è costante ma gli episodi acuti tendono a diradarsi.
Si insaura un dolore nei cambi di posizione e nel cammino che costringe il paziente a fermarsi o a flettersi in avanti.
E’ lo stadio della stenosi canalare.
 


Diagnosi


La storia clinica di questi individui è in genere suggestiva e permette di fare diagnosi di instabilità.
Se la clinica è indipensabile, gli esami strumentali possono aiutare ad inquadrare il problema e a definire lo stadio della instabilità.
La radiografia mostra la presenza di discopatie, spondilolistesi,osteofitosi, deviazioni rachidee, zone di maggior sclerosi indice di sovraccarico funzionale.
Utili per una conferma di instabilità le radiografie in ortostatismo in proiezione antero-posteriore e laterale abinate alle proiezioni dinamiche.
La proiezione obliqua è importante non solo per la diagnosi delle spondilolisi e spondilolistesi ma anche per evidenziare tutti i fenomeni di squilibrio posturale che hanno dei precisi quadri radiologici a livello faccettale caratterizzati da compressione, distrazione, sfregamento, sforbiciamento.
La TAC mostra i diametri canalari, le articolazioni interfaccettali, il grasso epidurale, il diametro dei forami di coniugazione e l’atrofia muscolare.
La risonanza magnetica analizza l’atrofia grassosa della muscolatura spinale profonda( multifidi), la degenerazione discale, le discopatiaedestruenti, gli stadi Modic, le sequele di distrofia rachidea di crescita.
La clinica si accompagna ad un’obbiettività neurologica significativa nelle fasi iniziali di instabilità quando esiste una situazione di sofferenza discale con compressione radicolare.
In questi casi esiste in genere una positività dello “Streight Leg Raising”, del Wassermann e dello “slump”, esiste una ipo o areflessia rotulea o achillea e del medio plantare in caso di radicolopatia L3L4 o L5S1.
 


Può essere riscontrata una ipo-anestesia nei rispettivi territori radicolari.
Importante inoltre la diagnostica osteopatica per evidenziare segni di blocco faccettale : segno della chiave, della spinosa, e delle faccette articolari.

 

 

Palpazione dell’articolazione posteriore

 

 

Pressione sulla spinosa



Con l’evolversi del quadro clinico, possono comparire dei punti dolorosi alla palpazione in corrispondenza dei legamenti interspinosi, intertrasversari, interfaccettali, associati a quadri di sofferenza dei legamenti del bacino tra cui il legamento ileolombare, i legamenti sacroiliaci superiori e inferirori, il legamento sacrotuberoso e sacrospinoso.
Inoltre esiste spesso una precisa dolenzia alla palpazione del piccolo, medio e grande gluteo sia a livello della cresta iliaca che sul gran trocantere.
 

 

segno della chiave


 

TRATTAMENTO CONSERVATIVO

Fase 1
Si tratta in genere di episodi acuti.
Il trattamento si avvale di antinfiammatori non steroidei associati a manipolazioni vertebrali e a terapia neuroriflessa.

 

Manipolazione vertebrale


In caso di interessamento radicolare può essere necessario ricorrere ad un’infiltrazione epidurale con anestetico locale associato ad uno steroide.
La via di somministrazione elettiva è attraverso lo iato sacrale.
 

 

Epidurale sacrale


Superata la fase acuta è importante valutare e correggere eventuali alterazioni posturali secondo la metodica della Riprogrammazione Posturale Globale che consiste nella valutazione del soggetto su di un podobarosco, nella valutazione delle curve rachidee con filo a piombo e di correlare poi l’atteggiamento del piede con le rilevazioni fatte.
Successivamente è importante valutare l’occhio sia in senso estero che propriocettivo, poi l’ATM, le correnti endorali e le cicatrici specie quelle anteriori più facilmente responsabili di squilibrio.
 

 

Da B.Bricot

 

Fase 2
In questa fase due, poiché il paziente è soggetto a crisi più frequenti e prolungate, oltre al trattamento sovracitato può essere utile abbinare un trattamento fisiochinesiterapico con trazione lombare attiva associata ad esercizi in contro-resistenza adattata e ad esercizi di stabilizzazione a carico dei multifidi e del trasverso dell’addome.
 

 

Rieducazione in contro-resistenza adattata

 

 

Trazione lombare attiva

 

Fase 3
I dolori lombari tendono a cronicizzarsi e si manifestano spesso durante la giornata acutizzandosi in genere nei primi movimenti dopo il riposo notturno o dopo essere stati a lungo seduti per poi ridursi col movimento.
Tendono a ripresentarsi poi più acuti verso la fine della giornata.
Talora si ripresentano degli episodi acuti che nella fase di remissione lasciano comunque una sequela dolorosa.
In questa fase il trattamento di scelta è rappresentato dalla proloterapia che è una metodica di rinforzo e di ricostruzione non chirurgica dei legamenti mediante infiltrazione di glucosio ipertonico.
Scopo di questa terapia è quello di creare una stabilizzazione articolare chimica stimolando le potenzialità di guarigione insite nell’organismo stesso.
 



Un trattamento fisiochinesiterapico di rinforzo dei muscoli profondi della colonna favorirà una migliore stabilizzazione lombare.

 


Fase 4
In questa fase la colonna ha ormai raggiunto una sua stabilità dovuta a fenomeni degenerativi a carico dei legamenti oramai fibrotici e dunque dotati di una miglior azione stabilizzante
delle articolazioni oramai deformate con preocessi di artrodesi spontanea in atto.
A questo si contrappone una situazione di stenosi a carico del canale e/o dei forami di coniugazione, responsabili di una situazione algica esacerbata dalla stazione eretta e specialmente dal cammino.
Il trattamento non chirurgico che può in certi casi dare dei benefici, anche se parziali e momentanei, è dato dalla peridurale di cortisone alternato con trattamento proloterapico.
Un buon trattamento fisioterapico specie a carico della muscolatura posturale mediante Daedalus e “ semelles à boule” ed una correzione posturale possono dare un miglioramento della situazione di fondo.
Utile l’esecuzione in caso di spondilolistesi di esercizi in flessione coadiuvati da una cinghia.



 


Daedalus




Semelles à boule



Esercizio con cinghia


Conclusioni

L’instabilità vertebrale è un’entità nosologica complessa che presenta ancora molti lati oscuri nella sua eziologia e patogenesi.
Questa patologia, pur con enorme variabilità da soggetto a soggetto, da semplice squilibrio posturale può evolvere progressivamente in protrusione, ernia discale, disfunzione del segmento mobile, insufficienza della muscolatura tonica e tonico-fasica, degenerazione artrosica con fenomeni di sclerosi associati ad osteofitosi, riduzione del lume canalare e dei forami di coniugazione.
E’ utile sottolineare come in questi processi degenerativi, eventi patologici come l’ernia discale, i becchi osteofitici o la deformazione e degenerazione dei processi articolari, che vengono letti in genere come fattori primari responsabili di dolore, in realtà, almeno in fase iniziale, rappresentano spesso dei fenomeni di assestamento delle componenti rachidei, con un fine protettivo delle strutture sensibili: midollo e radici
.
Si deduce come in certi casi un approccio invasivo al rachide, che non tenga conto dei fenomeni a monte nella genesi di certi quadri patologici, spesso diviene un atto sintomatico che lascia invariato il quadro disfunzionale di fondo.
E’ dunque capitale per una buona gestione della colonna instabile cercare, nei limiti del possibile, di valutare il soggetto in modo globale nella stazione eretta, sia in condizioni statiche che dinamiche, e cercare di correggere i vari recettori disfunzionanti responsabili spesso di alterazione posturale.
Il trattamento in seguito del segmento mobile, mirato al recupero e rinforzo della componente muscolo- tendino- legamentosa, può aiutare a migliorare la stabilità.
Utile e necessaria infine l’adozione di posture lavorative ed extralavorative corrette, abbinate alla pratica di esercizi riabilitativi mirati al mantenimento di una buona funzionalità rachidea.

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